ugo borsatti @ gabriele donati fotografo

IL SUO ARCHIVIO CONTA PIU’ DI 350.000 NEGATIVI, RACCONTANDO LA STORIA ITALIANA DAL 1943 AI GIORNI ODIERNI.

In realtà non sarebbe più di proprietà di Ugo Borsatti, ma della fondazione CRT (Cassa di risparmio di Trieste) dal 2000, anno in cui la fondazione si rende disponibile ad acquisire tutto l’archivio fotografico.

 

Ugo non è più un ragazzino (ora ha novant’anni) ed affinchè il suo lavoro non vada perso alla sua morte, decide di cedere tutto il materiale alla fondazione che accetta il contratto di cessione non in esclusiva. Ugo non rinuncerebbe mai all’uso del suo lavoro, pubblica libri e vive di questo.

 

IN POCHE PAROLE: Dopo la pubblicazione di due libri da parte di Borsatti, la fondazione fa causa allo stesso ed il giudice, in via cautelativa, vieta la vendita dei due volumi. La fondazione afferma che sia stata violata l’esclusiva sulle immagini che di fatto non ha.

 

Con uno studio di quattro avvocati, la fondazione riesce a bloccare le vendite e ad imporre la conseguente distruzione dei volumi  (un vago ricordo di periodi bui). A Borsatti, oltre a togliere ogni possibilità di sostentamento, viene commisurata una richiesta di danni per 125.000€.

 

Nel frattempo la causa si trascina con i tempi della giustizia italiana, Ugo Borsatti sta finendo i pochi risparmi e si umilia chiedendo al consiglio d’amministrazione della fondazione di mettersi una mano sul cuore (visto che comunque la fondazione stessa è senza fini di lucro e che le pretese avanzate sono infondate).

 

Avanzano delle proposte, di chiara natura estorsiva: il risarcimento diverrebbe di “soli” 10000€ se Ugo Borsatti accettasse di rinunciare a tutti i diritti a favore della fondazione (compresi quelli che spettano di diritto agli eredi per 70 anni). Ovviamente lo stanno affamando per costringerlo a chiudere l’attività (viva da ben 65 anni), in modo che ceda per sfinimento.

 

Ad ottobre ci sarà la sentenza: se il giudice darà ingiustamente ragione alla fondazione, condanneranno Borsatti al lastrico. Speriamo che la storia dell’Italia media non si ripeta.