Abbassiamo le arie

E’ un periodo brutto per tutti.
Di lavoro ce n’è poco e quel poco che c’è è mal retribuito e di bassa qualità. Come se non bastasse, c’è pure l’invasione dei “mmmiocugginotelofagratis” a rendere tutto ancor più complicato (come se non lo fosse già abbastanza).
Di fronte ad una situazione tale ci si aspetterebbe maggiore solidità tra colleghi, un minimo di empatia e solidarietà. Insomma siamo tutti nella merda, quale momento migliore per darsi una mano a vicenda, fondando sodalizi o almeno non scannandosi col machete.
Sempre più spesso invece trovo colleghi (a dire la verità non saprei quali sono i colleghi, visto che oramai tutti fanno video e fotografia) che pur di accalappiare qualche like in più ( come se i like portassero lavoro) pubblicano ogni sorta di materiale, millantando pubblicazioni di ogni genere. Il punto però non è questo. 
Il punto è che il social ci toglie la chiara visione dei traguardi.
Ora tutto è traguardo importante, 
senza alcuna distinzione, a partire dal sito di pincopallo che usa le nostre foto nella gallery, alla pubblicazione della nostra fotografia in vacanza sul catalogo di crociere dell’eurospin. Tutto è diventato un successo da mostrare e da far applaudire, altrimenti quello che abbiamo fatto è come se cessasse di esistere (nella realtà cessa di esistere appena non riscuote più like). Tutti dobbiamo rincorrere questa frenesia perchè se non pubblichiamo qualcosa, cessiamo di esistere anche come professionisti.
La cosa più avvilente però è quando raggiungiamo un traguardo veramente importante e ci piacerebbe raccontarlo, ma la schizofrenia della rete ci mette nella condizione di metterlo sullo stesso piano delle cazzate, finchè mancanza di like ci separi.

Non credo esista un decalogo per poter sapere cosa è importante e cosa no, ma ogni tanto mi aiuta leggere la storia dei maestri di fotografia o dei registi.
Eugene Smith per esempio impiegò due anni per portare a termine il suo lavoro sul disastro di Minamata. Questo reportage divenne il simbolo della battaglia che in Giappone aiutò a vincere la causa contro la Chisso corporation, colpevole di inquinamento gravissimo.
Il bello è che la moglie di Smith, alla morte di Tomoko (una delle persone malate comparsa nel reportage) promise ai genitori della ragazza (morta a soli 21 anni per le gravi deformazioni) di lasciarla riposare in pace, annunciando che l’immagine non sarebbe più apparsa in alcuna pubblicazione o mostra. 

Se la moglie di Smith ha potuto rinunciare all’immagine probabilmente più famosa del marito, perchè io non posso rinunciare a qualcosa di marginale? Perchè devo continuare a pensare che senza like, devo cambiare lavoro?

Ora, io ne avrei piene le palle.

No Comments
Leave a Comment: