LA FOTOGRAFIA E L’OBLIO DI NOI STESSI

susan sontag @gabriele donati fotografo

Nonni, zii e genitori. quasi tre generazioni in uno scatto del secolo scorso

SE DOVESSIMO MORIRE OGGI, COSA RESTEREBBE DI NOI DOMANI?

Voglio che pensiate a quante fotografie avete dei vostri genitori, della loro gioventù.  A quante foto avete dei vostri nonni e quante ne avete dei vostri bisnonni. Infine pensate a quante immagini avete di voi stessi.

 

Probabilmente i numeri sarebbero inconfrontabili, di noi ne potremmo contare diverse migliaia mentre dei nostri parenti ne troveremmo alcune decine, forse meno. Inoltre il formato sarebbe totalmente diverso: dei nostri genitori ed avi esisterebbe solo un supporto cartaceo, magari diverso in base all’anno di stampa, ma sempre di fotografie stampate parleremmo.

 

Di noi, quasi sicuramente esisterebbero hard disk, cd, memorie di telefono, clouds, social traboccanti delle nostre fotografie e dei nostri ricordi. 

Susan Sontag scriveva nel suo libro “Sulla fotografia”: “Conservare il ricordo delle gesta di singoli individui (…) è la più antica utilizzazione della fotografia, (…) la fotografia diventa così un rito della vita familiare”.

In realtà il rito della fotografia si è conservato tale e quale: ogni evento va fotografato in quanto evento, quello che cambia è il significante. Prima si scattava per tesaurizzare e conservare l’evento, ora lo si fa per dimostrare agli altri che si è presenti e che lo si sta vivendo.

 

Passando oltre la questione morale, quello che sostanzialmente cambia è la quantità di scatti necessari in una situazione e nell’altra: quando si scattava per ricordare l’evento, le situazioni degne di essere ricordate erano poche, normalmente vacanze, compleanni, matrimoni e pochi altri eventi. La pellicola aveva un limite ed un costo che rendevano indispensabile il centellinare i click. 

Ora la necessità non è più il ricordo, ma dimostrare la propria esistenza in un contesto. Qualsiasi sia e in qualsiasi momento della propria vita. La quantità di scatti aumenta in maniera vertiginosa, aiutati dal fatto che il supporto digitale permette una quantità di fotografie pressochè illimitata.

 

Ora pensiamo ad una ipotesi: domani muoio. Cosa resta di me?

 

Delle nostre immagini sui social probabilmente rimarrebbe tutto (almeno per quanto il nostro profilo venisse ritenuto funzionante). Ma siamo obiettivi, noi stessi non guardiamo le nostre foto più vecchie di qualche mese, per quale motivo altri dovrebbero periodicamente venire a vedere le nostre foto di quando eravamo in vita? Con buona probabilità, dopo un anno o più, nessuno si scomoderebbe. Il nostro profilo cadrebbe nell’oblio e probabilmente verrebbe cancellato.

 

Possiamo contare sugli hard disk e telefoni? Probabilmente no: i telefoni attualmente dispongono di tecnologie di protezione che impediscono agli estranei di poter accedere ai dati, mentre per gli hard disk l’obsolescenza farebbe il suo corso (quanti computer hanno ancora per esempio il lettore floppy o il più recente lettore cd?)

 

La tragicità di tutto questo non è la morte, quella fa parte del ciclo della vita. La parte che affligge è quella che ci relega all’oblio, come se il patrimonio della nostra vita si dissolvesse anche nel ricordo. 

Il passaggio all’oblio di noi stessi è inderogabile, ma sono cambiati i tempi in cui questo avviene. Ora noi possiamo contare sull’immagine di alcuni avvenimenti dei nostri nonni, magari nella stragrande maggioranza dei casi di persone che non ci sono più da parecchi anni.  Ma di noi potenzialmente ci si potrebbe dimenticare quasi subito, come in un blackout collettivo che non permette di riconoscere come esistente o come esistito ciò che non documenta più.

 

La mia è una riflessione legata ad una ossessione personale: quella di guadagnarmi un’anima che sopravviva alla morte,  la necessità assoluta di creare qualcosa che rimanga dopo di me. Lavoro quasi impossibile in un mondo aleatorio ed impalpabile come una fotografia digitale.

 

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